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Everything Zen Armonia con l'energia dell'universo.... Il Guerriero è la sua spada...Katana (o più precisamente uchigatana) si riferisce ad una specifica spada di lunghezza variabile a lama curva e a taglio singolo. La fama di quest’arma ha fatto sì che con il termine Katana venissero indicate genericamente tutte le spade provenienti dal Sol Levante, tanto da divenire un’usanza consolidata anche in Giappone. In verità non tutte le spade giapponesi sono delle Katane, questo temine è corretto soltanto quando ci si riferisce a quelle utilizzate dai guerrieri nobili, i Samurai. Queste, erano armi molto ben concepite e bilanciate, dunque la lunghezza dell’elsa (chiamata Tsuka) variava a seconda del peso e della forma della lama. Per i Samurai la katana, era un elemento centrale e onnipresente della loro esistenza: con essa proteggevano la vita del loro Daimyo (signore feudale) e con essa combattevano le battaglie che il feudatario ordinava loro di affrontare per tutelare o estendere il suo onore e le sue proprietà. Con la Katana punivano ogni affronto contro il loro stesso onore; con essa dimostravano la loro lealtà verso i compagni d'armi durante le battaglie. Per i Samurai, la spada non era quindi una semplice arma, ma un Kami, cioè una divinità che presiedeva nello stesso tempo alla salvaguardia delle vite e alla distribuzione della morte. Per un giovane aspirante guerriero giapponese, prendere possesso di una Katana rappresentava un vero e proprio momento di passaggio dalla fanciullezza alla vita adulta; la consegna di una Katana ad un ragazzo delle nobili famiglie nipponiche significava iniziarlo all'arte della guerra e segnare inesorabilmente il suo futuro. Compiuti i 15 anni, gli allievi dei guerrieri si addestravano utilizzando delle vere e proprie spade in modo da prepararsi al loro destino di soldati e ai pericoli a cui questo ruolo avrebbe potuto esporli. L'arma era portata di solito dai membri della classe guerriera insieme al wakizashi (che tratteremo nelle prossime settimane, ndr.), o spada corta. Le due spade insieme erano chiamate daisho, e rappresentavano il potere o classe sociale e l'onore dei samurai, i guerrieri che obbedivano al daimyo (feudatario). In battaglia, i guerrieri giapponesi sfruttavano in particolar modo il taglio della loro spada con il quale cercavano di infliggere all’avversario ferite mortali; più raramente si cercava di colpire i soldati nemici utilizzando la punta della Katana. Molto spesso le Katane erano lunghe e pesanti, quindi risultava più comodo impugnarle utilizzando entrambe le mani; ma nel Libro dei Cinque Anelli di Musashi Miyamoto raccomanda l'utilizzo dell'Ittoryu, la tecnica a due spade, e quindi una per mano. Veniva portata con la parte concava della lama verso il basso, in modo da poterla sguainare più velocemente con dei sapienti movimenti. Come molti altri aspetti riguardanti i guerrieri giapponesi, anche la katana è stata oggetto di leggende riguardanti le sua origini: si narra che nell'XII secolo d.C, un fabbro chiamato Amakuni possedesse un grande segreto: era in grado di forgiare spade capaci di rendere invincibili i soldati che le utilizzavano; curiosamente, il periodo in cui secondo la leggenda Amakuni prestò la sua opera, coincide con quello in cui si pensa circolassero in Giappone i primi samurai. I primi forgiatori di spada giapponesi erano monaci buddhisti Tendai o monaci di montagna guerrieri chiamati Yamabushi. Avevano conoscenza vastissime per la loro epoca e il luogo in cui vivevano: erano alchimisti, poeti, letterati, invincibili combattenti e forgiatori di lama. Per loro la costruzione di una lama costituiva una vera e propria pratica ascetica. Erano talmente temuti che venivano considerati fantasmi e nessuno osava disturbarli. Muovendosi tra storia e leggenda, non è facile dire con certezza quali furono le reali origini della Katana. Come molte altre armi sviluppatesi in territorio nipponico, la Katana fu probabilmente un'evoluzione della spada cinese. Il Giappone, infatti, attorno all'VIII secolo d.C importò dalla Cina le prime armi in ferro acciaioso dopo secoli durante i quali i soldati nipponici si erano armati esclusivamente con strumenti in ferro e in bronzo. In ogni caso, le prime spade con lame costruite in ferro si diffusero nel territorio giapponese durante gli ultimi anni del 300 d.C.; ma soltanto verso il 1400, periodo in cui i nipponici erano sotto il governo del clan Muromachi, furono forgiate spade simili a quelle che ancora oggi vengono chiamate Katane. Tra i XVI e il XVII secolo vi furono enormi progressi nelle tecniche di forgiatura e rifinitura, questo elemento influì positivamente sulla diffusione di Katane sempre più belle e micidiali. Con l’ascesa al potere dei Tokugawa, che regnarono ininterrottamente sul Giappone tra il 1573 e il 1868, il periodo d’oro dei Samurai coincise con quello migliore nella produzione delle Katane; in questi anni, inoltre, la Katana divenne un’arma d’utilizzo esclusivo dei Samurai, nessun’altro poteva possederne una. Con la fine dei Samurai, la Katana scomparì inesorabilmente dai campi di battaglia; un editto imperiale emesso durante l’impero dei Meiji, che dominarono il Giappone dalla caduta dei Tokugawa al 1912, vietò a chiunque di portare pubblicamente quest’arma a causa delle forti rivolte scatenate nei villaggi da clan di samurai diseredeati (Ronin) che, data la natura particolarmente conservatrice dei propri ideali, erano fortemente infastiditi dalla presenza di visitatori e mercanti occidentali. Con quest'atto del 1876 termina la grande fioritura dell'arte della forgiatura delle spade. La produzione riprende in sordina con l'era Taisho ma ormai solo per preservare le tecniche costruttive che per effettiva necessità. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale la produzione raggiunge numeri rilevanti ma la qualità è ben lontana da quella degli anni d'oro. Dal dopoguerra la produzione muta orientamento riprendendo la migliore tradizione. In epoca contemporanea, grazie anche all'impulso di un collezionismo attento e appassionato, in Giappone e all'estero, si ritorna a produrre pezzi di grande pregio. Nel contempo i pezzi creati da grandi maestri del passato, ma anche di quelli contemporanei, raggiungono quotazioni elevatissime. Ma ora addentriamoci nei tecnicismi dell'arma: La montatura della katana è costituita da impugnatura (tsuka), elsa o guardia (tsuba) (鍔) e fodero (saya) (鞘) L'impugnatura in legno era ricoperta di pelle di razza (same), rivestita con una fettuccia di seta intrecciata (tsukaito). Il fodero era realizzato in legno di magnolia laccato. La tsuba, posta tra il manico e la lama per evitare le lesioni alle mani da scivolamenti sulla lama, era metallica, finemente intagliata, spesso un'opera d'arte. La lama vera e propria invece si divide in codolo (Nakago), corpo della lama e punta (Kissaki). Vista invece dal dorso al tagliente la lama si divide in: Mune: il dorso della lama. Può essere distinto in vari tipi: Hikushi 'basso', Takashi 'alto', Mitsu 'a tre lati', Hira o Kaku 'piatto', Maru 'arrotondato'; shinogi-ji: il primo dei due piani che formano la guancia della lama, lucidato a specchio. Su di esso di possono trovare profonde incisioni longitudinali, solitamente sul primo terzo della lama, rappresentanti disegni (horimono) o caratteri sanscriti (bonji). Sempre su di esso può essere presente un solco da entrambi i lati (Hi) il cui fine principale è l'alleggerimento ed un ulteriore bilanciamento della lama; Linea di tempra (Hamon) Parte temprata ed affilata (Ha). Queste spade venivano forgiate alternando strati di ferro acciaioso, con percentuali variabili di carbonio. L'alternanza di strati di acciaio dolce e acciaio duro le conferiva la massima resistenza e flessibilità. Si partiva da un blocchetto di ferro (tamahagane) che veniva riscaldato e lavorato mediante piegatura e martellatura. Le piegature successive producevano un numero di strati molto elevato: poiché ad ogni piegatura il numero degli strati veniva raddoppiato, con la prima piegatura da 2 strati se ne ottenevano 4, con la seconda 8 e così via. Alla fine della lavorazione, dopo 15 ripiegature, si arrivava a 32.768. Ulteriori ripiegature erano considerate inutili in quanto non miglioravano le caratteristiche finali. Successivamente veniva definita la forma generale della lama: la lunghezza, la curvatura, la forma della punta (kissaki). Il filo veniva indurito mediante riscaldamento e successivo raffreddamento in acqua (tempra). La lama veniva poi sottoposta ad un lungo procedimento di lucidatura eseguito con pietre abrasive di grana sempre più fine. L'ultima finitura era eseguita manualmente con particolari barrette di acciaio. Tutto il procedimento veniva effettuato in modo da esaltare il più possibile le caratteristiche estetiche della lama. Il procedimento costruttivo tradizionale viene ancor oggi tramandato di generazione in generazione, dal Mastro forgiatore all'Allievo forgiatore. La tecnica di forgiatura prevede generalmente le seguenti fasi:
A questo punto la lama é finita e si provvede ad immanicarla e a darle un fodero di legno di vari tipi e qualità. Anche qui, é presente tutto un lavoro artigianale specialistico, del quale i punti più importanti sono:
Il codolo (nakago), cioè la parte terminale, veniva rifinito con colpi di lima disposti in varie forme a seconda delle scuole e delle epoche. Il particolare tipo di tempratura "differenziata", tra dorso e filo, produce una linea di colore leggermente diverso sul tagliente, detta Hamon La forma dell'Hamon costituisce un segno identificativo, per un occhio esperto, dell'epoca della lama e dell'autore Mastro fabbro. Ora vi starete domandando: “ma come si cura un oggetto così mistico e prezizoso?!”...eccovi alcune indicazioni: La cura e la conservazione della katana segue le stesse regole generali che si applicano nel rituale del thè o nella calligrafia o nel bonsai o nell'arte di disporre i fiori (Ikebana); tutte cose di cui la nostra cara Jo DF saprà illustrarci i segreti con sapiente maestria!. Dunque, dopo aver smontato la lama dal Koshirae la si cosparge con una polvere ricavata dall'ultima pietra utilizzata per la politura (Uchigomori) tramite un tamponcino. Successivamente, usando della carta di riso piegata tra pollice ed indice, si rimuove la stessa con un movimento dal nakago al kissaki pinzando la lama con il mune verso la mano. Successivamente con un altro panno leggero (o sempre con carta di riso) imbevuto parzialmente di olio di garofano raffinato si passa di nuovo tutta la lama con lo stesso movimento utilizzato per rimuovere la polvere di uchigomori. La prima operazione rimuove tracce di ossidazione e grasso lasciato dalle dita durante il rinfodero, la seconda operazione invece serve per evitare ossidazioni successive. ...e con questo è tutto!!! Taketori MonogatariIl "Taketori Monogatari" (Storia di un tagliambabù) è il più antico racconto giapponese. Di esso non ci è dato sapere né il nome dell'autore né il periodo di stesura del romanzo. Grazie ad una poesia dello "Yamato Monogatari", che fa riferimento al Taketori, sappiamo che era già molto conosciuto nel 900. Questo monogatari (=racconto di cose) narra la storia di un vecchio tagliabambù, Sanuki no Miyatsuko, che un giorno vede fuoriuscire da un bambù una strana luce; lo taglia e al suo interno vi trova una bambina, alta appena tre pollici. Siccome lui e sua moglie non avevano avuto bambini, decidono di tenerla e screscerla come una figlia. Passano gli anni e Kaguya-hime diventa una splendida donna. Molti sono i pretendenti che si radunano davanti la sua casa, ma vista la sua freddezza e la indifferenza molti sono anche quelli che rinuncia... Solo cinque, più tenaci, riescono ad ottenere, grazie alla complicità del tagliabambù (uomo semplicione, ma dai buoni sentimenti), una "chance". Kaguya-hime affida loro 5 prove: Principe Ishitsukuri = deve recuperare la "Sacra ciotola in pietra del Buddha" Principe Kuramochi = deve recuperare il "ramo gemmato del monte Horai" Ministro della Destra, Abe no Mimuraji = la "veste fatta col vello del ratto-del-fuoco" Gran Consigliere, Otomo no Miyuki = il "gioiello di 5 colori nel collo del drago" Consigliere di Mezzo, Isonokami no Marotare = la "conchiglia che facilita il parto" Tutte le prove falliscono miseramente. Il primo imbroglia portando una ciotola qualsiasi, il secondo si fa fabbricare la gemma (ma non paga gli orefici che lo fanno scoprire), il terzo compra una veste non vera, il quarto rischia la vita in mare e rinuncia, il quinto muore dopo una brutta caduta nel tentativo di recuperare una conchiglia dal nido di un uccello. Solo uno, l'Imperatore, riesce a conquistare almeno la simpatia di Kaguya-hime. Passano 3 anni e Kaguya-hime inizia a rattristarsi... passa le notti guardando, con le lacrime agli occhi, la Luna. Il taketori, insospettito da tanta malinconia, chiede spiegazioni alla figliola che gli racconta di essere un'abitante della Capitale della Luna e gli annuncia che, alla prossima Luna Piena, gli abitanti del suo paese la verranno a prendere per riportarla nel suo paese. Tutto ciò rende estremamente triste il taketori e la moglie che non reggono il pensiore di perdere la loro bambina. Il primo raduna infatti un esercito, grazie all'Imperatore, per far fronte alla venuta degli abitanti della Luna. Questa manovra risulta però inutile... "A cavallo di una nube, dal vasto cielo discesero degli uomii che poi si allinearono eretti a cinque piedi dal suolo. A tale vista, tutti, sia dentro sia fuori casa, rimasero paralizzati e non sentivano più desiderio di combattere. Ripresisi a poco a poco, fecero per afferrare archi e frecce, ma le loro braccia erano senza forza. Superando quel torpore, i più forti tendevano i muscoli e scoccavano una freccia ma fallito il bersaglio abbandonavano le armi e, stupefatti, non rimaneva loro che staserne lì a guardare. Quegli esseri a mezz'aria indossavano vesti di uno splendore senza pari. Aveva con loro un carro volante. Un parasole di seta si allargava al di sopra. Dal carro, uno che sembrava essere il loro Re, indirizzandosi verso la casa ordinò: «Miyakkomaro, esci!». E Miyakkomaro, che si credeva forte, si prostrò invece bocconi quasi fosse ebbro. Il Re disse: «Vecchio! Quasta fanciulla è stata fatta scendere nella tua casa per premiarti di un qualche tuo merito, ma solo per un breve istante, per darti un aiuto. E durante tutti questi anni, ti ha procurato innumerevoli ricchezze facendo di te un altro uomo. Kaguya-hime, a causa di una sua colpa, ha vissuto per qualche tempo nella tua misera dimora. Ora è giunta la fine del suo confino e siamo venuti a riprenderla. Ti piaccia o non ti piaccia non puoi farci nulla! Svelto, rendicela!». Il vecchio rispose: «Ho allevato Kaguya-hime per più di vent'anni. Voi parlate di un breve istante: è proprio strano. Non ci sarà per caso un'altra persona che si chiama Kaguya-hime? E per di più, la Kaguya-hime che abita qui è gravemente ammalata e non può uscire». Noncurante della risposta, il Re diresse il suo carro volante verso il tetto e chiamò: «Kaguya-hime! Perché restare così a lungo in questo brutto posto?». La porta della stanza che era sprangata si spalancò da sola. Anche i tramezzi si aprirolno senza che nessuno li toccasse. Kaguya-hime, tenuta stretta tra le braccia della vecchia, si liberò e uscì. La donna non riuscì a trattenerla, e poté solo guardare in su e piangere. Giunta presso il vecchio che, il cuore spezzato, era lì accasciato a singhiozzare, Kaguya-hime gli disse: «Me ne vado e anche il mio cuore è infranto, ma venite lo stesso ad assistere alla mia ascesa». «Come potrei vederti andar via, disperato come sono? Cosa sarà di me quando mi abbandonerai per salire lassù? Portami con te!», e a vederlo ancora a terra piangente ella aveva il cuore gonfio. Disse: «Vi lascerò una lettera prima di partire. Ogni volta che penserete a me con nostalgia, leggetela». E sempre piangendo scrisse: «Se fossi nata su questa terra, sarebbe mio dovere evitarvi ogni dispiacere, così l'idea della nostra prossima separazione mi tormenta senza tregua. Lascio qui la veste in mio ricordo. Nelle notti di luna, guardate in su verso di me. Ora che me ne vado abbandonandovi ho la sensazione di cadere dal cielo». Gli esseri del cielo avevano portato delle scatole con loro. In una c'era la celeste veste di piume. In un'altra l'elisir dell'immortalità. Uno degli uomini l'offrì a Kaguya-hime: «Bevete l'elisir contenuto nel flacone. Dato che avete mangiato cose di questo luogo impuro, ne sarete disgustata». Ne prese appena, pensado di lasciarne un po' per ricordo nascosto nella veste che si era tolta, ma una creatura celeste glielo impedì. Tirarono fuori la veste di piume e tentarono di fargliela indossare. «Attendete un istante» disse Kaguya-hime. Poi aggiunse: «Si dice che il cuore di chi indossa questa veste cambi. Devo lasciare ancora qualche parola» e scrisse una lettera. Gli esseri del cielo, allarmati, le fecero osservare che si faceva tardi. Kaguya-hime rispose: «Non siate così inflessibili!» e con calma fece recapitare la lettera all'Imperatore. Sembrava del tutto a suo agio. Il messaggio diceva: «Avete cercato di trattenermi mandando tanti uomini, ma nonostante tutto sono venuti a riprendermi; me ne vado con la mia scorta, con molto rimpianto. Non ho ubbidito al vostro ordine perché purtroppo sono una creatura celeste. Certo non ne comprendevate il perché, ma quello che mi pesa di più è che abbiate considerato il mio ostinato rifiuto a entrare al vostro servizio come un atto irrispettoso». E vi aggiunse questi versi: «Mentre indosso la celeste veste di piume, proprio ora che tutto sta finendo, malinconico, il ricordo del mio Signore entro di me». Vi unì un po' d'elisir e fece chiamare il Comandate affinché lo recapitasse all'Imperatore. Un essere della luna prese l'involto e glielo porse. Quando il Comandate lo ricevette nelle suo mani, le fecero indossare la veste di piume e, di colpo, dimenticò persino l'affetto che le ispirava il vecchio: chiunque indossi tale veste viene infatti liberato da ogni pensiero. Salì quindi sul carro e, scortata da un centinaio di creatura celesti, s'involò." L'Imperatore letta la lettera di Kaguya-hime, scrive questi versi: "Spargo lacrime per non potervi più incontrare, a che mi può servire l'elisir dell'immportalità?" Fa bruciare l'elisir su di un monte che, da quel momento in poi, iniziò a fumare... il monte Fuji. Shibukan Ninpo Bugei Semplificando, significherebbe “l’unione delle tradizioni marziali”, bisognerebbe sforzarsi e perseverare nel mantenere vivo questo concetto. Chi si appresta a studiare il Shibukan Ninpo, sa di approdare nello studio del Ninpo Sanjurokkei ovvero le 36 categorie essenziali del Ninja. Queste essenze sono quelle che formano un vero Ninja nel più profondo senso del termine. I tre cardini fondamentali del Shibukan Ninpo Bugei sono: 1) TAIJUTSU , che vuol dire difesa senz’armi, ad esso sono associati le seguenti sezioni, il Koppojutsu (colpi sulla struttura ossera), il Kosshijutsu (punti di digitopressioni sui muscoli o centri nervosi), il Dakentaijutsu (sistema dei colpi). Il Mutodori (sistema di difesa da e con armi) ecc. E’ la forma più efficace di difendersi contro uno o più attaccanti, perché conta su calci, pugni, proiezioni, punti di pressione, lussazioni, ecc… Questi possono essere usarti in ogni tipo di circostanza, dato che sono stati sviluppati nei campi di battaglia ed in casi di vita o di morte. Tutto ciò non si riferisce solo al Taijutsu, ma a tutte le sezioni del Ninpo. 2) ROKUSHAKU-BO-JUTSU, contiene il bastone lungo 180 cm, il medio o JO di 125 cm circa, TE NO UCHI, TESSEN ed altri armi particolari tipiche del Ninjutsu associate alla scuola Hontai Kukishin Ryu, molto conosciuta in Giappone per le numerose tecniche di alto livello. 3) BIKENJUTSU, diviso in Iaijutsu, Battojutsu, Kenpo, è l’elevazione della perfezione dell’antica arte del guerriero, riportare la pratica al tempo in cui i samurai sfoggiavano tecniche straordinarie, una pratica perfetta per allenare la mente lo spirito all’azione fulminea, chi si allena in queste tecniche proverà sensazioni che loro stessi provavano, veri guerrieri nel più ampio senso della parola. Le scuole che la rappresentano sono Onoha Ittto Ryu e Kukishin Ryu. Ma esiste un’altra parte nelle scuole Shibukan che gioca un ruolo molto importante, di fatto è la più importante per ogni guerriero al di là del tipo di scuola a cui appartiene. Questa parte è chiamata “Seishinteki Kyoyo” o raffinatezza spirituale, le “maniere” di un essere umano con tutte le virtù. Nelle scuole Shibukan, il processo di tirocinio è progressivo e completo. Non possiamo dividere la mente o lo spirito dal corpo, esattamente come tutti i problemi della mente e dello spirito si rispecchieranno nel modo di agire del corpo. Senza prepararsi in questa parte spirituale non saremmo altro che degli assassini, questo fatto ci spiega la ragione per la quale dobbiamo “allenare” la pazienza, la resistenza, l’onestà, la compassione, la bontà, la sapienza, le buone maniere e tutte queste cose che tanto lodiamo in un altro essere umano. In Giappone queste caratteristiche sono chiamate “Butoku” o virtù marziali. Il segreto sul come sviluppare i Butoku risulta chiaro nelle espressioni: Kajo waraku e Kajo Chikusei, le quali significano “cuore come un fiore” e “spirito come il bambù”.
Questo è il cammino del vero guerriero. Ninpo e Ninjutsu Malgrado il termine Ninpo sia stato usato sin dalla Seconda Guerra Mondiale, oggigiorno la maggior parte della gente riconosce l’arte marziale dei guerrieri ninja con il termine Ninjutsu. Per queste persone c’è soltanto una sottile differenza mentre in realtà c’è ben altro da chiarire. I nomi di molte arti marziali includono il termine o ideogramma “Do” che significa “Via” (ad es. Karate-do, Ju-do, Ken-do, Aiki-do, ecc.) mentre non si dice Nin-do. Al suo posto è usato il termine “Ho” (che si legge anche “Po” in alcune combinazioni) che si trova con una certa frequenza nei termini religiosi (Buppo=legge di Buddha). La parola Ninpo usa il termine “Ho” perché quest’arte ha profonde implicazioni religiose e riesce a combinare due aspetti : arti marziali (“Bumon”) e religione (“Shumon”). Per analogia si considera Bumon come la mano destra e Shumon come la sinistra, avendo queste qualità si perviene ad un corpo equilibrato. I termini “Jutsu” (abilità), Do ed Ho hanno diversi significati, meglio intuibili immaginando una montagna. In questo contesto il termine Jutsu vuole esprimere come si sale sulla montagna, una tecnica. Do vuol far capire il modo più adatto che porta alla sommità della montagna, una via in parte difficile ed in parte appagante. E’ raro infatti trovare chi sia riuscito a raggiungere questa meta e, d’altronde, una volta arrivati dove altro potrebbero andare ? “Ho” invece è la nuvola che fluttua sopra la montagna ed i praticanti di Ninpo cavalcano su di essa. L’ideogramma cinese “Ho” è fatto di due radici, la prima “Sanzui” significa acqua e la seconda, “Saru”, vuol dire “andare avanti”. Unendo i termini, il significato letterale che ne deriva è “vai avanti nell’acqua”, ma ad un livello più avanzato fa venire in mente il circolo dell’acqua. Dall’alto, dalla nuvola, cade la pioggia sulla montagna e finisce in basso nella vallata diventando dapprima un ruscello e poi, unitosi con altri, un fiume fino a sfociare nel mare aperto. Da qui l’acqua risale verso il cielo e diventa di nuovo una nuvola. Questa è la legge eterna del ciclo dell’acqua che è insita nel significato di “Ho”. Il guerriero ninja non sarà di certo appagato solo con la via (Do), ma la sua natura ed ampliare in modo completo le tecniche marziali. Inoltre questa antica arte marziale, così come la pioggia del circolo dell’acqua, resta costantemente nuova ed in movimento. IGA E KOGA NINPO Nel 1049 D. C., IKAI (IKO) il signore della guerra di Shiko (Su Chang) in Cina, si scontrò in battaglia con il Signore della guerra della provincia di So (Sung). Ikai fu sconfitto, ma evitò di essere catturato scappando in Giappone. Sbarcato a Ise (Prefettura di Wakayama) arrivò nella regione di Iga, dove visse in una cava e qui insegnò a due sole persone le tecniche basilari del Ninpo. Gli studenti di Ikai erano FUJIWARA NO CHIKADO e HOGENBO TESSHIN. Ad essi furono insegnati una varietà di abilità che includevano il salto (Ongyo No Jutsu), l’occultamento, (Inton No Jutsu), la difesa non armata (Kossai-Jutsu) e le 18 arti marziali Cinesi fondamentali (Kankoku Juhakkei). Una combinazione di queste arti marziali con quelle originarie Giapponesi portò allo sviluppo del Ninpo. La stessa regione che ospitò Ikai divenne un santuario per altri più tardi nella storia. Infatti tra il 1161 e il 1163, alcuni guerrieri sconfitti nella guerra tra i Genji e gli Heike trovarono esilio nella regione di Iga. Le famose regioni di Iga e Koga fornirono quindi un sicuro rifugio per le truppe sconfitte durante la guerra tra gli imperatori del nord e quelle del sud e molti in esodo dalla Cina trovarono la loro strada in questi santuari. All’interno di sicuri rifugi montagnosi le tradizioni (ryu) di Iga e Koga cominciavano facendo sorgere molte altre tradizioni Ninja spesso in competizione tra loro. Le fondi variano così come il numero delle tradizioni che realmente esistettero ; alcune fonti parlano di 108 altre di 75 e altre ancora di 73. Diverse tradizioni si diffusero per tutto il Giappone ma le più conosciute, così come le più antiche furono l’Iga Ryu e Koga Ryu. Il Tokugawa Bakufu usava il Ninpo di queste due aree al fine di dar conclusione a questo lungo periodo di guerra civile. Vi furono comunque altri numerosi gruppi provenienti dall’Iga e Koga Ryu. La conseguente divisione traccia le linee delle aree dove le 69 diverse tradizioni si pensa esistettero. Da queste informazioni sembra probabile che esse non furono più di 73.
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