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    Il Guerriero è la sua spada...

     

    Katana (o più precisamente uchigatana) si riferisce ad una specifica spada di lunghezza variabile a lama curva e a taglio singolo.

    La fama di quest’arma ha fatto sì che con il termine Katana venissero indicate genericamente tutte le spade provenienti dal Sol Levante, tanto da divenire un’usanza consolidata anche in Giappone.

    In verità non tutte le spade giapponesi sono delle Katane, questo temine è corretto soltanto quando ci si riferisce a quelle utilizzate dai guerrieri nobili, i Samurai.

    Queste, erano armi molto ben concepite e bilanciate, dunque la lunghezza dell’elsa (chiamata Tsuka) variava a seconda del peso e della forma della lama.

    Per i Samurai la katana, era un elemento centrale e onnipresente della loro esistenza: con essa proteggevano la vita del loro Daimyo (signore feudale) e con essa combattevano le battaglie che il feudatario ordinava loro di affrontare per tutelare o estendere il suo onore e le sue proprietà.

    Con la Katana punivano ogni affronto contro il loro stesso onore; con essa dimostravano la loro lealtà verso i compagni d'armi durante le battaglie.

    Per i Samurai, la spada non era quindi una semplice arma, ma un Kami, cioè una divinità che presiedeva nello stesso tempo alla salvaguardia delle vite e alla distribuzione della morte.

    Per un giovane aspirante guerriero giapponese, prendere possesso di una Katana rappresentava un vero e proprio momento di passaggio dalla fanciullezza alla vita adulta; la consegna di una Katana ad un ragazzo delle nobili famiglie nipponiche significava iniziarlo all'arte della guerra e segnare inesorabilmente il suo futuro.
    Quando nasceva un bambino appartenente ad una stirpe di samurai, i guerrieri più anziani gli facevano dono di un talismano chiamato Mamori Gatana, che aveva la forma di una Katana.

    Compiuti i 15 anni, gli allievi dei guerrieri si addestravano utilizzando delle vere e proprie spade in modo da prepararsi al loro destino di soldati e ai pericoli a cui questo ruolo avrebbe potuto esporli.
    L'arte del combattimento con la spada prendeva il nome di Kenjutsu dove un ruolo importante lo ricoprì anche il bokken (spada di legno), che veniva usato al posto della katana per realizzare i kata (forme e stili) insegnati da maestri estremamente preparati, infatti solo grazie ai loro insegnamenti i giovani guerrieri potevano essere in grado di vincere contro avversari dotati di una maggiore esperienza maturata in battaglia.

    L'arma era portata di solito dai membri della classe guerriera insieme al wakizashi (che tratteremo nelle prossime settimane, ndr.), o spada corta. Le due spade insieme erano chiamate daisho, e rappresentavano il potere o classe sociale e l'onore dei samurai, i guerrieri che obbedivano al daimyo (feudatario).

    In battaglia, i guerrieri giapponesi sfruttavano in particolar modo il taglio della loro spada con il quale cercavano di infliggere all’avversario ferite mortali; più raramente si cercava di colpire i soldati nemici utilizzando la punta della Katana.

    Molto spesso le Katane erano lunghe e pesanti, quindi risultava più comodo impugnarle utilizzando entrambe le mani; ma nel Libro dei Cinque Anelli di Musashi Miyamoto raccomanda l'utilizzo dell'Ittoryu, la tecnica a due spade, e quindi una per mano.

    Veniva portata con la parte concava della lama verso il basso, in modo da poterla sguainare più velocemente con dei sapienti movimenti.

    Come molti altri aspetti riguardanti i guerrieri giapponesi, anche la katana è stata oggetto di leggende riguardanti le sua origini: si narra che nell'XII secolo d.C, un fabbro chiamato Amakuni possedesse un grande segreto: era in grado di forgiare spade capaci di rendere invincibili i soldati che le utilizzavano; curiosamente, il periodo in cui secondo la leggenda Amakuni prestò la sua opera, coincide con quello in cui si pensa circolassero in Giappone i primi samurai.

    I primi forgiatori di spada giapponesi erano monaci buddhisti Tendai o monaci di montagna guerrieri chiamati Yamabushi. Avevano conoscenza vastissime per la loro epoca e il luogo in cui vivevano: erano alchimisti, poeti, letterati, invincibili combattenti e forgiatori di lama.

    Per loro la costruzione di una lama costituiva una vera e propria pratica ascetica. Erano talmente temuti che venivano considerati fantasmi e nessuno osava disturbarli.

    Muovendosi tra storia e leggenda, non è facile dire con certezza quali furono le reali origini della Katana. Come molte altre armi sviluppatesi in territorio nipponico, la Katana fu probabilmente un'evoluzione della spada cinese. Il Giappone, infatti, attorno all'VIII secolo d.C importò dalla Cina le prime armi in ferro acciaioso dopo secoli durante i quali i soldati nipponici si erano armati esclusivamente con strumenti in ferro e in bronzo.

    In ogni caso, le prime spade con lame costruite in ferro si diffusero nel territorio giapponese durante gli ultimi anni del 300 d.C.; ma soltanto verso il 1400, periodo in cui i nipponici erano sotto il governo del clan Muromachi, furono forgiate spade simili a quelle che ancora oggi vengono chiamate Katane.

    Tra i XVI e il XVII secolo vi furono enormi progressi nelle tecniche di forgiatura e rifinitura, questo elemento influì positivamente sulla diffusione di Katane sempre più belle e micidiali.

    Con l’ascesa al potere dei Tokugawa, che regnarono ininterrottamente sul Giappone tra il 1573 e il 1868, il periodo d’oro dei Samurai coincise con quello migliore nella produzione delle Katane; in questi anni, inoltre, la Katana divenne un’arma d’utilizzo esclusivo dei Samurai, nessun’altro poteva possederne una.

    Con la fine dei Samurai, la Katana scomparì inesorabilmente dai campi di battaglia; un editto imperiale emesso durante l’impero dei Meiji, che dominarono il Giappone dalla caduta dei Tokugawa al 1912, vietò a chiunque di portare pubblicamente quest’arma a causa delle forti rivolte scatenate nei villaggi da clan di samurai diseredeati (Ronin) che, data la natura particolarmente conservatrice dei propri ideali, erano fortemente infastiditi dalla presenza di visitatori e mercanti occidentali.

    Con quest'atto del 1876 termina la grande fioritura dell'arte della forgiatura delle spade. La produzione riprende in sordina con l'era Taisho ma ormai solo per preservare le tecniche costruttive che per effettiva necessità. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale la produzione raggiunge numeri rilevanti ma la qualità è ben lontana da quella degli anni d'oro. Dal dopoguerra la produzione muta orientamento riprendendo la migliore tradizione. In epoca contemporanea, grazie anche all'impulso di un collezionismo attento e appassionato, in Giappone e all'estero, si ritorna a produrre pezzi di grande pregio. Nel contempo i pezzi creati da grandi maestri del passato, ma anche di quelli contemporanei, raggiungono quotazioni elevatissime.

    Ma ora addentriamoci nei tecnicismi dell'arma:

    La montatura della katana è costituita da impugnatura (tsuka), elsa o guardia (tsuba) () e fodero (saya) () L'impugnatura in legno era ricoperta di pelle di razza (same), rivestita con una fettuccia di seta intrecciata (tsukaito).

    Il fodero era realizzato in legno di magnolia laccato. La tsuba, posta tra il manico e la lama per evitare le lesioni alle mani da scivolamenti sulla lama, era metallica, finemente intagliata, spesso un'opera d'arte.

    La lama vera e propria invece si divide in codolo (Nakago), corpo della lama e punta (Kissaki). Vista invece dal dorso al tagliente la lama si divide in:

    Mune: il dorso della lama. Può essere distinto in vari tipi: Hikushi 'basso', Takashi 'alto', Mitsu 'a tre lati', Hira o Kaku 'piatto', Maru 'arrotondato';

    shinogi-ji: il primo dei due piani che formano la guancia della lama, lucidato a specchio. Su di esso di possono trovare profonde incisioni longitudinali, solitamente sul primo terzo della lama, rappresentanti disegni (horimono) o caratteri sanscriti (bonji). Sempre su di esso può essere presente un solco da entrambi i lati (Hi) il cui fine principale è l'alleggerimento ed un ulteriore bilanciamento della lama;
    Shinogi: Linea di divisione tra i piani. Nella forma di lama denomitata shinogi-zukuri, dopo il cambio di piano del kissaki determinato dalla linea di yokote, lo shinogi prende il nome di ko-shinogi;
    Il secondo dei due piani che formano la guancia della lama (Hira), non lucidato per permettere la struttura della lama (Hada);

    Linea di tempra (Hamon)

    Parte temprata ed affilata (Ha).

    Queste spade venivano forgiate alternando strati di ferro acciaioso, con percentuali variabili di carbonio.

    L'alternanza di strati di acciaio dolce e acciaio duro le conferiva la massima resistenza e flessibilità. Si partiva da un blocchetto di ferro (tamahagane) che veniva riscaldato e lavorato mediante piegatura e martellatura. Le piegature successive producevano un numero di strati molto elevato: poiché ad ogni piegatura il numero degli strati veniva raddoppiato, con la prima piegatura da 2 strati se ne ottenevano 4, con la seconda 8 e così via. Alla fine della lavorazione, dopo 15 ripiegature, si arrivava a 32.768. Ulteriori ripiegature erano considerate inutili in quanto non miglioravano le caratteristiche finali.

    Successivamente veniva definita la forma generale della lama: la lunghezza, la curvatura, la forma della punta (kissaki).

    Il filo veniva indurito mediante riscaldamento e successivo raffreddamento in acqua (tempra). La lama veniva poi sottoposta ad un lungo procedimento di lucidatura eseguito con pietre abrasive di grana sempre più fine. L'ultima finitura era eseguita manualmente con particolari barrette di acciaio. Tutto il procedimento veniva effettuato in modo da esaltare il più possibile le caratteristiche estetiche della lama.

    Il procedimento costruttivo tradizionale viene ancor oggi tramandato di generazione in generazione, dal Mastro forgiatore all'Allievo forgiatore.

    La tecnica di forgiatura prevede generalmente le seguenti fasi:

    1. preparazione dei materiali per la fusione: grande quantità di carbone, ciotola di pezzi di ferro sminuzzato e ciotola di minerale di ferro

    2. pulizia delle crepe e delle irregolarità:

    3. forgiatura:

    4. il parallelepipedo d'acciaio viene sottoposto a forgiatura, portandolo al calor rosso e battendolo, piegandolo e ribattendolo decine di volte, come spiegato sopra, fino ad ottenere una stratificazione dell'acciaio. Questa stratificazione é necessaria per rendere la lama flessibile ma nel contempo molto dura, addirittura così dura da non intaccarsi nemmeno con fendenti di lama su corazza o su altra spada. L'estrema durezza permette inoltre di affilare un filo molto fine e quindi molto tagliente senza renderlo troppo fragile.

    5. forgiatura finale:

    6. per ottenere la forma finale della spada, si uniscono due pezzi d'acciaio damascati, formando un'anima interna, un filo e un dorso esterni

    7. tempratura:

    8. dopo che il dorso è stato parzialmente ricoperto d'argilla la lama viene portata al calor rosso, poi viene immersa in acqua tiepida circa a 37° Centigradi. Questa tempratura differenziata permette di ottenere un dorso più flessibile ed un filo più duro.

    9. molatura:

    10. affilatura finale

    A questo punto la lama é finita e si provvede ad immanicarla e a darle un fodero di legno di vari tipi e qualità. Anche qui, é presente tutto un lavoro artigianale specialistico, del quale i punti più importanti sono:

    • 1. il mekugi ana un piccolo foro nel corpo (nakago) della spada, nel quale si fissa un piccolo cono di legno, chiamato caviglia (mekugi) che fissa il corpo della spada al manico.

    • 2. la fettuccia (tsuka-ito)con la quale si avvolge l'impugnatura, sia per fissare la caviglia, sia per avere una migliore presa che per l'assorbimento del sudore.

    Il codolo (nakago), cioè la parte terminale, veniva rifinito con colpi di lima disposti in varie forme a seconda delle scuole e delle epoche.

    Il particolare tipo di tempratura "differenziata", tra dorso e filo, produce una linea di colore leggermente diverso sul tagliente, detta Hamon La forma dell'Hamon costituisce un segno identificativo, per un occhio esperto, dell'epoca della lama e dell'autore Mastro fabbro.

    Ora vi starete domandando: “ma come si cura un oggetto così mistico e prezizoso?!”...eccovi alcune indicazioni:

    La cura e la conservazione della katana segue le stesse regole generali che si applicano nel rituale del thè o nella calligrafia o nel bonsai o nell'arte di disporre i fiori (Ikebana); tutte cose di cui la nostra cara Jo DF saprà illustrarci i segreti con sapiente maestria!.

    Dunque, dopo aver smontato la lama dal Koshirae la si cosparge con una polvere ricavata dall'ultima pietra utilizzata per la politura (Uchigomori) tramite un tamponcino. Successivamente, usando della carta di riso piegata tra pollice ed indice, si rimuove la stessa con un movimento dal nakago al kissaki pinzando la lama con il mune verso la mano. Successivamente con un altro panno leggero (o sempre con carta di riso) imbevuto parzialmente di olio di garofano raffinato si passa di nuovo tutta la lama con lo stesso movimento utilizzato per rimuovere la polvere di uchigomori. La prima operazione rimuove tracce di ossidazione e grasso lasciato dalle dita durante il rinfodero, la seconda operazione invece serve per evitare ossidazioni successive.

    ...e con questo è tutto!!! 

     

    Taketori Monogatari

    Il "Taketori Monogatari" (Storia di un tagliambabù) è il più antico racconto giapponese.
    Di esso non ci è dato sapere né il nome dell'autore né il periodo di stesura del romanzo.
    Grazie ad una poesia dello "Yamato Monogatari", che fa riferimento al Taketori,
    sappiamo che era già molto conosciuto nel 900.

    Questo monogatari (=racconto di cose) narra la storia di un vecchio tagliabambù, Sanuki no Miyatsuko, che un giorno vede fuoriuscire da un bambù una strana luce; lo taglia e al suo interno vi trova una bambina, alta appena tre pollici. Siccome lui e sua moglie non avevano avuto bambini, decidono di tenerla e screscerla come una figlia.

    Passano gli anni e Kaguya-hime diventa una splendida donna. Molti sono i pretendenti che si radunano davanti la sua casa, ma vista la sua freddezza e la indifferenza molti sono anche quelli che rinuncia... Solo cinque, più tenaci, riescono ad ottenere, grazie alla complicità del tagliabambù (uomo semplicione, ma dai buoni sentimenti), una "chance".
    Kaguya-hime affida loro 5 prove:
    Principe Ishitsukuri = deve recuperare la "Sacra ciotola in pietra del Buddha"
    Principe Kuramochi = deve recuperare il "ramo gemmato del monte Horai"
    Ministro della Destra, Abe no Mimuraji = la "veste fatta col vello del ratto-del-fuoco"
    Gran Consigliere, Otomo no Miyuki = il "gioiello di 5 colori nel collo del drago"
    Consigliere di Mezzo, Isonokami no Marotare = la "conchiglia che facilita il parto"

    Tutte le prove falliscono miseramente. Il primo imbroglia portando una ciotola qualsiasi, il secondo si fa fabbricare la gemma (ma non paga gli orefici che lo fanno scoprire), il terzo compra una veste non vera, il quarto rischia la vita in mare e rinuncia, il quinto muore dopo una brutta caduta nel tentativo di recuperare una conchiglia dal nido di un uccello.
    Solo uno, l'Imperatore, riesce a conquistare almeno la simpatia di Kaguya-hime.

    Passano 3 anni e Kaguya-hime inizia a rattristarsi... passa le notti guardando, con le lacrime agli occhi, la Luna.
    Il taketori, insospettito da tanta malinconia, chiede spiegazioni alla figliola che gli racconta di essere un'abitante della Capitale della Luna e gli annuncia che, alla prossima Luna Piena, gli abitanti del suo paese la verranno a prendere per riportarla nel suo paese.
    Tutto ciò rende estremamente triste il taketori e la moglie che non reggono il pensiore di perdere la loro bambina.
    Il primo raduna infatti un esercito, grazie all'Imperatore, per far fronte alla venuta degli abitanti della Luna.
    Questa manovra risulta però inutile...

    "A cavallo di una nube, dal vasto cielo discesero degli uomii che poi si allinearono eretti a cinque piedi dal suolo. A tale vista, tutti, sia dentro sia fuori casa, rimasero paralizzati e non sentivano più desiderio di combattere. Ripresisi a poco a poco, fecero per afferrare archi e frecce, ma le loro braccia erano senza forza. Superando quel torpore, i più forti tendevano i muscoli e scoccavano una freccia ma fallito il bersaglio abbandonavano le armi e, stupefatti, non rimaneva loro che staserne lì a guardare.
    Quegli esseri a mezz'aria indossavano vesti di uno splendore senza pari. Aveva con loro un carro volante. Un parasole di seta si allargava al di sopra. Dal carro, uno che sembrava essere il loro Re, indirizzandosi verso la casa ordinò: «Miyakkomaro, esci!
    ». E Miyakkomaro, che si credeva forte, si prostrò invece bocconi quasi fosse ebbro. Il Re disse: «Vecchio! Quasta fanciulla è stata fatta scendere nella tua casa per premiarti di un qualche tuo merito, ma solo per un breve istante, per darti un aiuto. E durante tutti questi anni, ti ha procurato innumerevoli ricchezze facendo di te un altro uomo. Kaguya-hime, a causa di una sua colpa, ha vissuto per qualche tempo nella tua misera dimora. Ora è giunta la fine del suo confino e siamo venuti a riprenderla. Ti piaccia o non ti piaccia non puoi farci nulla! Svelto, rendicela!». Il vecchio rispose: «Ho allevato Kaguya-hime per più di vent'anni. Voi parlate di un breve istante: è proprio strano. Non ci sarà per caso un'altra persona che si chiama Kaguya-hime? E per di più, la Kaguya-hime che abita qui è gravemente ammalata e non può uscire». Noncurante della risposta, il Re diresse il suo carro volante verso il tetto e chiamò: «Kaguya-hime! Perché restare così a lungo in questo brutto posto?». La porta della stanza che era sprangata si spalancò da sola. Anche i tramezzi si aprirolno senza che nessuno li toccasse. Kaguya-hime, tenuta stretta tra le braccia della vecchia, si liberò e uscì. La donna non riuscì a trattenerla, e poté solo guardare in su e piangere.
    Giunta presso il vecchio che, il cuore spezzato, era lì accasciato a singhiozzare, Kaguya-hime gli disse: «Me ne vado e anche il mio cuore è infranto, ma venite lo stesso ad assistere alla mia ascesa». «Come potrei vederti andar via, disperato come sono? Cosa sarà di me quando mi abbandonerai per salire lassù? Portami con te!», e a vederlo ancora a terra piangente ella aveva il cuore gonfio. Disse: «Vi lascerò una lettera prima di partire. Ogni volta che penserete a me con nostalgia, leggetela». E sempre piangendo scrisse: «Se fossi nata su questa terra, sarebbe mio dovere evitarvi ogni dispiacere, così l'idea della nostra prossima separazione mi tormenta senza tregua. Lascio qui la veste in mio ricordo. Nelle notti di luna, guardate in su verso di me. Ora che me ne vado abbandonandovi ho la sensazione di cadere dal cielo».
    Gli esseri del cielo avevano portato delle scatole con loro. In una c'era la celeste veste di piume. In un'altra l'elisir dell'immortalità. Uno degli uomini l'offrì a Kaguya-hime: «Bevete l'elisir contenuto nel flacone. Dato che avete mangiato cose di questo luogo impuro, ne sarete disgustata». Ne prese appena, pensado di lasciarne un po' per ricordo nascosto nella veste che si era tolta, ma una creatura celeste glielo impedì. Tirarono fuori la veste di piume e tentarono di fargliela indossare. «Attendete un istante» disse Kaguya-hime. Poi aggiunse: «Si dice che il cuore di chi indossa questa veste cambi. Devo lasciare ancora qualche parola» e scrisse una lettera. Gli esseri del cielo, allarmati, le fecero osservare che si faceva tardi. Kaguya-hime rispose: «Non siate così inflessibili!» e con calma fece recapitare la lettera all'Imperatore. Sembrava del tutto a suo agio. Il messaggio diceva: «Avete cercato di trattenermi mandando tanti uomini, ma nonostante tutto sono venuti a riprendermi; me ne vado con la mia scorta, con molto rimpianto. Non ho ubbidito al vostro ordine perché purtroppo sono una creatura celeste. Certo non ne comprendevate il perché, ma quello che mi pesa di più è che abbiate considerato il mio ostinato rifiuto a entrare al vostro servizio come un atto irrispettoso». E vi aggiunse questi versi: «Mentre indosso la celeste veste di piume, proprio ora che tutto sta finendo, malinconico, il ricordo del mio Signore entro di me».
    Vi unì un po' d'elisir e fece chiamare il Comandate affinché lo recapitasse all'Imperatore. Un essere della luna prese l'involto e glielo porse. Quando il Comandate lo ricevette nelle suo mani, le fecero indossare la veste di piume e, di colpo, dimenticò persino l'affetto che le ispirava il vecchio: chiunque indossi tale veste viene infatti liberato da ogni pensiero. Salì quindi sul carro e, scortata da un centinaio di creatura celesti, s'involò.
    "

    L'Imperatore letta la lettera di Kaguya-hime, scrive questi versi:
    "Spargo lacrime per non potervi più incontrare,
    a che mi può servire l'elisir dell'immportalità?
    "
    Fa bruciare l'elisir su di un monte che, da quel momento in poi, iniziò a fumare... il monte Fuji.

    Shibukan Ninpo Bugei

     Semplificando, significherebbe “l’unione delle tradizioni marziali”, bisognerebbe sforzarsi e perseverare nel mantenere vivo questo concetto. Chi si appresta a studiare il Shibukan Ninpo, sa di approdare nello studio del Ninpo Sanjurokkei ovvero le 36 categorie essenziali del Ninja. Queste essenze sono quelle che formano un vero Ninja nel più profondo senso del termine. I tre cardini fondamentali del Shibukan Ninpo Bugei sono: 1) TAIJUTSU , che vuol dire difesa senz’armi, ad esso sono associati le seguenti sezioni, il Koppojutsu (colpi sulla struttura ossera), il Kosshijutsu (punti di digitopressioni sui muscoli o centri nervosi), il Dakentaijutsu (sistema dei colpi). Il Mutodori (sistema di difesa da e con armi) ecc. E’ la forma più efficace di difendersi contro uno o più attaccanti, perché conta su calci, pugni, proiezioni, punti di pressione, lussazioni, ecc… Questi possono essere usarti in ogni tipo di circostanza, dato che sono stati sviluppati nei campi di battaglia ed in casi di vita o di morte. Tutto ciò non si riferisce solo al Taijutsu, ma a tutte le sezioni del Ninpo. 2) ROKUSHAKU-BO-JUTSU, contiene il bastone lungo 180 cm, il medio o JO di 125 cm circa, TE NO UCHI, TESSEN ed altri armi particolari tipiche del Ninjutsu associate alla scuola Hontai Kukishin Ryu, molto conosciuta in Giappone per le numerose tecniche di alto livello. 3) BIKENJUTSU, diviso in Iaijutsu, Battojutsu, Kenpo, è l’elevazione della perfezione dell’antica arte del guerriero, riportare la pratica al tempo in cui i samurai sfoggiavano tecniche straordinarie, una pratica perfetta per allenare la mente lo spirito all’azione fulminea, chi si allena in queste tecniche proverà sensazioni che loro stessi provavano, veri guerrieri nel più ampio senso della parola. Le scuole che la rappresentano sono Onoha Ittto Ryu e Kukishin Ryu. Ma esiste un’altra parte  nelle scuole Shibukan che gioca un ruolo molto importante, di fatto è la più importante per ogni guerriero al di là del tipo di scuola a cui appartiene. Questa parte è chiamata “Seishinteki Kyoyo” o raffinatezza spirituale, le “maniere” di un essere umano con tutte le virtù. Nelle scuole Shibukan, il processo di tirocinio è progressivo e completo. Non possiamo dividere la mente o lo spirito dal corpo, esattamente come tutti i problemi della mente e dello spirito si rispecchieranno nel modo di agire del corpo. Senza prepararsi in questa parte spirituale non saremmo altro che degli assassini, questo fatto ci spiega la ragione per la quale dobbiamo “allenare” la pazienza, la resistenza, l’onestà, la compassione, la bontà, la sapienza, le buone maniere e tutte queste cose che tanto lodiamo in un altro essere umano. In Giappone queste caratteristiche  sono chiamate “Butoku” o virtù marziali. Il segreto sul come sviluppare i Butoku risulta chiaro nelle espressioni: Kajo waraku e Kajo Chikusei, le quali significano “cuore come un fiore” e “spirito come il bambù”.
    Questo è il cammino del vero guerriero.

    Ninpo e Ninjutsu

     Malgrado il termine Ninpo sia stato usato sin dalla Seconda Guerra Mondiale, oggigiorno la maggior parte della gente riconosce l’arte marziale dei guerrieri ninja con il termine Ninjutsu. Per queste persone c’è soltanto una sottile differenza mentre in realtà c’è ben altro da chiarire. I nomi di molte arti marziali includono il termine o ideogramma “Do” che significa “Via” (ad es. Karate-do, Ju-do, Ken-do, Aiki-do, ecc.) mentre non si dice Nin-do. Al suo posto è usato il termine “Ho” (che si legge anche “Po” in alcune combinazioni) che si trova con una certa frequenza nei termini religiosi (Buppo=legge di Buddha). La parola Ninpo usa il termine “Ho” perché quest’arte ha profonde implicazioni religiose e riesce a combinare due aspetti : arti marziali (“Bumon”) e religione (“Shumon”). Per analogia si considera Bumon come la mano destra e Shumon come la sinistra, avendo queste qualità si perviene ad un corpo equilibrato. I termini “Jutsu” (abilità), Do ed Ho hanno diversi significati, meglio intuibili immaginando una montagna. In questo contesto il termine Jutsu vuole esprimere come si sale sulla montagna, una tecnica. Do vuol far capire il modo più adatto che porta alla sommità della montagna, una via in parte difficile ed in parte appagante. E’ raro infatti trovare chi sia riuscito a raggiungere questa meta e, d’altronde, una volta arrivati dove altro potrebbero andare ? “Ho” invece è la nuvola che fluttua sopra la montagna ed i praticanti di Ninpo cavalcano su di essa. L’ideogramma cinese “Ho” è fatto di due radici, la prima “Sanzui” significa acqua e la seconda, “Saru”, vuol dire “andare avanti”. Unendo i termini, il significato letterale che ne deriva è “vai avanti nell’acqua”, ma ad un livello più avanzato fa venire in mente il circolo dell’acqua. Dall’alto, dalla nuvola, cade la pioggia sulla montagna e finisce in basso nella vallata diventando dapprima un ruscello e poi, unitosi con altri, un fiume fino a sfociare nel mare aperto. Da qui l’acqua risale verso il cielo e diventa di nuovo una nuvola. Questa è la legge eterna del ciclo dell’acqua che è insita nel significato di “Ho”. Il guerriero ninja non sarà di certo appagato solo con la via (Do), ma la sua natura ed ampliare in modo completo le tecniche marziali. Inoltre questa antica arte marziale, così come la pioggia del circolo dell’acqua, resta costantemente nuova ed in movimento.

    IGA E KOGA NINPO

     Nel 1049 D. C., IKAI (IKO) il signore della guerra di Shiko (Su Chang) in Cina, si scontrò in battaglia con il Signore della guerra della provincia di So (Sung).
    Ikai fu sconfitto, ma evitò di essere catturato scappando in Giappone. Sbarcato a Ise (Prefettura di Wakayama) arrivò nella regione di Iga, dove visse in una cava e qui insegnò a due sole persone le tecniche basilari del Ninpo. Gli studenti di Ikai erano FUJIWARA NO CHIKADO e HOGENBO TESSHIN. Ad essi furono insegnati una varietà di abilità che includevano il salto (Ongyo No Jutsu), l’occultamento, (Inton No Jutsu), la difesa non armata (Kossai-Jutsu) e le 18 arti marziali Cinesi fondamentali (Kankoku Juhakkei). Una combinazione di queste arti marziali con quelle originarie Giapponesi portò allo sviluppo del Ninpo.
    La stessa regione che ospitò Ikai divenne un santuario per altri più tardi nella storia. Infatti tra il 1161 e il 1163, alcuni guerrieri sconfitti nella guerra tra i Genji e gli Heike trovarono esilio nella regione di Iga. Le famose regioni di Iga e Koga fornirono quindi un sicuro rifugio per le truppe sconfitte durante la guerra tra gli imperatori del nord e quelle del sud e molti in esodo dalla Cina trovarono la loro strada in questi santuari.
    All’interno di sicuri rifugi montagnosi le tradizioni (ryu) di Iga e Koga cominciavano facendo sorgere molte altre tradizioni Ninja spesso in competizione tra loro. Le fondi variano così come il numero delle tradizioni che realmente esistettero ; alcune fonti parlano di 108 altre di 75 e altre ancora di 73.
    Diverse tradizioni si diffusero per tutto il Giappone ma le più conosciute, così come le più antiche furono l’Iga Ryu e Koga Ryu. Il Tokugawa Bakufu usava il Ninpo di queste due aree al fine di dar conclusione a questo lungo periodo di guerra civile. Vi furono comunque altri numerosi gruppi provenienti dall’Iga e Koga Ryu. La conseguente divisione traccia le linee delle aree dove le 69 diverse tradizioni si pensa esistettero. Da queste informazioni sembra probabile che esse non furono più di 73.

    Ninja-do

    Non esisteva arma che un NINJA non sapesse costruire ed usare, non esisteva forma di combattimento in cui non eccellesse, non esisteva nulla che potesse intimidirlo al punto di farlo rinunciare ai suoi obiettivi perchè, sin dalla prima missione, s'era abituato a varcare la sottile soglia tra la vita e la morte...e ne era tornato sorridente. Ora cavalcava la Tigre, uomo tra gli uomini, eppure in qualche modo diverso da loro.
    Per il ninja non esistevano differenze di casta: gli uomini si dividevano in adepti del proprio clan, cui era dovuta fedelta' assoluta, e gli altri nei confronti dei quali tutto era lecito.
    Un ninja catturato veniva ucciso bollendolo vivo dopo altre atroci sevizie; per contro il Guerriero delle Tenebre non era mai inutilmente crudele...Egli aveva già esplorato la propria parte oscura e non sentiva affatto il bisogno di cedervi. Uccideva, se era necessario, se gli veniva comandato, nel modo piu' veloce ed efficiente, più "pulito" possibile.
    La sua stessa concezione del mondo lo portava ad agire in un modo particolare: per attingere alla forza che pervade e collega tutto cio' che e' vivo nell'universo occorre turbarne il meno possibile l'Armonia. Uno dei motivi del terrore che ispiravano i Ninja era proprio questa loro diversità, questa loro assenza di passioni, tanto che dopo aver appreso ad estinguerle dentro di se l'adepto doveva imparare a simularle per potersi mescolare al popolo, per potersi infiltrare tra i propri simili, tra i propri amici, e quindi tra la società.

    n Giappone la lunga vicenda del ninjutsu crebbe con vividezza alla superficie della storia nel mezzo millennio che va dal 1300 al secolo XIX. Prima e dopo questi cinquecento anni è un continuo affiorare e scomparire, far capolino tra cronaca e leggenda, spuntare a sorpresa dalle pagine di antiche pergamene ufficiali o dalle parole della tradizione orale tramandata; ma i ninja confondono il loro percorso anche nella storia:

    Nel Giappone sconvolto da un lungo periodo di guerre furono sempre piu' i nobili che si rivolgevano alle famiglie Ninja per essere aiutati nelle battaglie o per far compiere silenziose vendette. Grazie a ciò il potere politico dei clans si sviluppo' enormemente sino al punto che, attorno al 1467, fu lo stesso Shogun Yoshihira Ashikaga, il capo militare assoluto dell'impero, a richiedere il loro supporto. In questo modo intere provincie del Giappone finirono sotto l'influenza ninja. Con alti e bassi questa situazione si protrasse fino all'arrivo delle navi portoghesi e dei primi missionari gesuiti, che nutrivano un profondo odio, alimentato dalla paura, verso le discipline interiori dei ninjutsu (ove ogni individuo è sacerdote di se stesso, senza intermediari tra il propro io e l'universo), e dall'altro erano costretti a scontrarsi con il potere dei clan ninja, incoraggiarono la religione cristiana per isolare il ninjitsu sul terreno culturale. Successivamente  decisero di scendere in guerra aperta nel 1579, conquistando e distruggendo la roccaforte Ninja di Iga. Nella battaglia di Teusho Iga no Ran le truppe dei gesuiti subirono una disastrosa disfatta per opera dei Ninja che dimostrarono in questa come in altre occasioni di essere eccellenti combattenti anche in campo aperto.
    Umiliati e colmi di rabbia i gesuiti mandarono un grande esercito contro la provincia di Iga nel 1581 ma l'anno successivo furono costretti a ritirarsi dopo dure sconfitte ad opera dei ninja.

    Con l'avvento allo shogunato dei Tokugawa (1582), favorito da un uso spregiudicato dei ninja, per l'Antica Arte della Notte si aprì un nuovo capitolo che la vide legarsi al potere centrale: i ninja si trasformarono in spie, poliziotti e repressori. Gradualmente persero per strada gli originali scopi di ricerca interiore di cui conservarono solo dei vuoti atteggiamenti senza piu' ricordare l'antica funzione, cosa questa che fece rapidamente decadere anche il loro livello tecnico, tanto e' vero che le due piu' importanti azioni che la storia ricordi furono dei fallimenti: nel 1637 il potere centrale tentò di usare l'antico contrasto tra ninja e cristianesimo lanciando i primi nella repressione di una rivolta di contadini convertiti nella zona di Nagasaki. Nessuno dei ninja riuscì in una impresa che, un tempo, non era una difficoltà, essendo tra le piu' comune ed abituali: penetrare nella fortezza del nemico! Se ne andarono invece dopo aver rubacchiato le scorte di viveri dell'esercito che li aveva assoldati.

    Nel 1853, quando le "navi nere" del commodoro Perry violarono l'isolamento in cui era rinchiuso il Giappone, una spia ninja fu incaricato di salire di nascosto a bordo di una di esse per sottrarre documenti che facessero intuire le intenzioni degli stranieri. Egli ritornò dalla missione con dei manoscritti che sono ancora oggi conservati dalla famiglia Sawamura nella citta' di Iga-veno. I manoscritti erano una lettera di un marinaio olandese alla sua fidanzata ed una canzone che decanta le doti delle donne francesi a letto e delle inglesi in cucina.
    Il Ninjutsu era dunque morto ? Per le scuole che si legarono al potere Tokogawa e via via a quelli che lo seguirono, questa sembrava essere la triste realtà ma non tutti i Ryu di ninjitsu avevano condiviso la scelta del 1582.

    Furono questi Clan, ritiratisi allora tra le ombre di monasteri lontani a proseguire la ricerca millenaria, a tramandare l'arte nella più' vera essenza.

    Ma il potere, qualunque forma assuma, ha pur sempre bisogno di uomini che all'occorrenza sfoderino doti non comuni, arrivando là dove l'individuo medio, su cui esso fonda la sua supremazia, non può giungere.

    Avvenne così che allo scoppiare della guerra Russo-Giapponese gli sbigottiti marinai zaristi si trovarono a dover affrontare misteriose figure vestite di nero che abbordavano le loro navi e scomparivano dopo averle sabotate. Avvenne così che, nella prima guerra mondiale, tra la superstiziose truppe turche si sparse la leggenda dei diavoli giapponesi capaci di uccidere con il solo tocco di un dito. E quando la seconda guerra mondiale si trasformò in un tragico gioco a rimpiattino tra la jungle di tenebrosi isolotti filippini, lo Stato Maggiore giapponese tornò a riscoprire l'importanza di persone che sapessero muoversi furtivamente nella notte senza lasciare tracce, che potessero colpire il nemico senza neppure apparire, che sopportassero disagi di ogni genere e natura con stoica indifferenza.  L'occupazione militare del Giappone da parte degli americani costrinse tutte le Arti Marziali ed il ninjutsu in particolare a tornare alla più totale segretezza, se non che nel frattempo il seme dell'Arte era stato gettato in nuovi terreni: si apriva infatti nel mondo una diversa partita nella quale gli alleati di ieri divenivano i nemici di oggi ed iniziavano a combattere una guerra segreta fatta di colpi di mano, di attentati, di omicidi commissionati, del furto di informazioni riservate.
     

    Ancora una volta l'Arte Silenziosa era chiamata ad una scelta. Ed ancora una volta si divise. Taluni clans, perseverando nelle scelte del loro antenati, decisero di mantenere per i loro affiliati un ruolo di stretto legame con le istituzioni ufficiali, altri decisero di troncare ogni legame con il mondo esterno e si isolarono completamente.
     

    Tengu, giustizieri della vanità...

    I tengu sono esseri spirituali appartenenti alla mitologia giapponese che vivono nelle montagne e nascono dentro uova gigantesche. Essi sono entrati a far parte dell'immaginario popolare attraverso storie fantastiche, pitture, sculture, maschere e spettacoli che li hanno così resi famosi in tutto il Giappone tanto da convincere ancora oggi persone a lasciare loro delle offerte di fronte a templi famosi o di fronte alle proprie porte di casa.
    L'origine del termine tengu è cinese e deriva da "tien kou" che letteralmente significa "cani celesti". Era questo il nome per designare i demoni della montagna, che in Cina avevano l'aspetto di mostri a quattro zampe con la testa bianca, simili, appunto a cani, che emettevano strani ululati che terrorizzavano persino i demoni e gli spiriti celesti. Tali demoni erano ritenuti essere l'anima di una giovane vergine desiderosa di rapire un bambino per far sì che egli prendesse il suo posto ed essere così libera di potersi reincarnare in un mortale. Il termine cinese, a sua volta, derivava il suo nome da comete o meteore cadute sulla terra (in Cina) nel VI secolo a.C., la cui scia ricordava la coda di un cane o di una volpe.
    La leggenda di questi esseri astrali soprannaturali giunse in Giappone intorno al VI-VII secolo d.C. insieme all'arrivo del buddhismo dalla Cina e dalla Corea. I primi documenti appaiono nel 720 d.C. anche se il termine tengu era già presente in un articolo del nono anno dell'Imperatore Jomei (638 d.C.).
    L'immagine del tengu subì un'evoluzione nel corso del tempo. I primi tengu erano demoni crudeli dal corpo umano, con una piccola testa, dotati di ali piumate, di un becco e di potenti artigli, a metà fra un essere umano e un corvo (karasu tengu), responsabili di compiere atti crudeli quali il rapimento delle persone, in particolare bambini (detto kami kakushi, rapimento divino), probabilmente antropofagi, accusati di appiccare incendi di fronte ai templi, di uccidere coloro che danneggiavano i boschi, luoghi in cui loro vivono in comunità gerarchicamente organizzate, e di ingannare i monaci con trucchi e scherzi; spesso anche interferivano in dispute politiche e questo era possibile poiché loro potevano anche prendere le sembianze di uomini, donne o bambini o anche di animali come il tanuki (il tasso) e le oinari/kitsune (volpi).
    Si passò poi ad un'evoluzione prima in esseri volatili di piccole dimensioni (ko tengu) e poi a esseri protettivi dall'aspetto più umano - anche se talvolta dotati di ali o anche di becco - dal lungo naso (konsha tengu). Questi ultimi spesso indossavano vestiti da monaco eremita (per questo noti anche come yamabushi tengu), con un piccolo cappello sulla testa (tokin) che utilizzavano per portare bevande in cima alla montagna e forniti di un bastone con anelli vicino alla punta, denominato shakujo e di un ventaglio di piume magico in grado di scatenare venti infernali. L'associazione con gli yamabushi è da riscontrarsi nel fatto che essi erano ritenuti possedere forze sovraumane ottenute attraverso un'austera pratica ascetica, tipica nello shugendo.
    Evidente in questa evoluzione il passaggio da una forma più animalesca ad una più antropomorfa, che è posto in relazione a un miglioramento anche morale dei tengu che diventano così esseri positivi, addirittura dei veri protettori del dharma (legge), che difendono proprio attraverso i loro oggetti adatti ad esorcizzare i demoni. Infatti, il lungo naso è simbolo dell'odio dei tengu verso l'arroganza e i pregiudizi di alcuni monaci che si attaccano alle vanità di questo mondo e che sono per questo da loro castigati con scherzi, ad esempio trasformandoli a loro volta in yamabushi tengu o anche confinandoli nel Tengudo, o reame dei Tengu. Vi è anche l'espressione "tengu ni naru", un'espressione tuttora utilizzata per ammonire qualcuno di non essere arrogante come un tengu! Questi tengu dal lungo naso sono forse, alla lontana, collegati al dio hindu Garuda e in ogni caso la loro prima associazione in Giappone è legata a Saruta Hiko, una gigantesca divinità giapponese avente un naso lungo ben sette mani e che fu la guida del principe Ninigi no Mikoto quando egli discese dal cielo.
    E' evidente che questi esseri hanno la nota doppia natura di bene-male tipica delle antiche divinità e che per questo sono sia spiriti di protezione sia spiriti vendicativi. Inoltre si può notare anche in questa creatura la tendenza giapponese a fondere ciò che è esterno con la propria cultura e a creare così un essere divino unendo tratti buddhisti con tratti shintoisti.
    Diversamente da quelli degli obake (fantasmi) i piedi dei tengu sono visibili e questo perché per spostarsi da un luogo ad un altro spesso utilizzano il teletrasporto. Invece ciò che fisicamente li accomuna con gli altri spiriti è il fatto che qualsiasi forma loro assumano è comunque tradita dalla loro ombra che è quella di un tengu. Comunicano con la telepatia e spesso appaiono nei sogni per fornire preziosi consigli o per tendere delle trappole. Un tengu può essere sconfitto da un potere magico superiore o da un uomo che coraggiosamente lo abbia vinto in combattimento. Una volta sconfitto, il tengu apparirà come un uccello nero ferito o morto. Oppure, nel caso in cui nella sua vita abbia compiuto molte buone azioni, rinascerà come un essere umano.
    Il tengu più famoso nelle leggende è sicuramente Sojobo, il vecchio re dei tengu dai lunghi capelli bianchi e dal lungo naso, che insegnò nel monte Kurama, a nord di Kyoto, le arti marziali a Ushiwaka Maru, il famoso Minamoto no Yoshitsune. Da qui l'associazione del tengu ai circoli di Ninpo che vedono negli yamabushi i propri antenati.

    La Festa delle Bambole

    Non c'è destino migliore, per una bambola, che nascere in Giappone. In quel paese, infatti, le bambole sono molto più che dei giocattoli. Hanno addirittura ogni anno una festa tutta per loro. Quel giorno, ogni bambina riceve in regalo una bambola nuova e la mette su una specie di altarino, ricoperto da un'allegra tovaglia rossa, insieme con quelle che già possiede. Sono bambole speciali, rappresentano infatti imperatrici, principesse, dame di corte, ministri e domestici di palazzo. Ci sono poi anche tanti oggetti che servono per la loro casa. Spesso, queste bambole sono molto antiche. Quando una bambina è diventata grande e si sposa, le porta con sé. Così, in ogni casa ci sono le bambole delle bambine ma anche quelle delle loro mamme, nonne, bisnonne. Anticamente, si pensava che queste bambole fossero un po' magiche e fossero capaci di tener lontano il male dalle bambine. In alcuni luoghi si fa ancora una cerimonia: le bambole vengono abbandonate nel mare perché portino via con sé guai e malanni...
    In altri paesi del Giappone si usa fare il funerale per seppellire le bambole ormai troppo vecchie e stanche. È una cerimonia molto solenne e importante.
    Questa festa è anche nota come festa del pescheto poichè si ritiene che l'anima delle bambole risieda nei fiori di pesco!!!

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    PARABOLA
     
    In un sutra Buddha raccontò una parabola: Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre tallonato dalla tigre. Giunto ad un precipizio si afferro alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l'orlo. La tigre lo fiutava dall'alto. Tremando, l'uomo guardò giu , dove, in fondo all'abisso, un'altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L'uomo scorse accanto a se una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l'altra spiccò la fragola. Com'era dolce!!!

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    LA STRADA FANGOSA
     
    Una volta Tanzan ed Ekido camminavano assieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.
    Dopo una curva incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
    "VIeni ragazza" disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
    Ekido non disse nulla fino a quando non raggiunsero un tempio dove passare la notte. Allora non potè più trattenersi; "noi monaci non avviciniamo le donne" disse a Tanzan "tanto meno quelle giovani e carine. E' pericoloso, perchè l'hai fatto?"
    "Io quella ragazza l'ho lasciata laggiù" disse Tanzan "tu la stai ancora portando con te?"

    RACCONTO ZEN DELLA STETTIMANA

    NON SI PUO' RUBARE LA LUNA
     
    Ryokan, un maestro di Zen, viveva nella più assoluta semplicità in una piccola capanna ai piedi di una montagna. Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c'era proprio nulla da rubare.
    Ryokan tornò e lo sorprese e disse "forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare, e non devi andartene a mani vuote. Fammi la cortesia, accetta i miei vestiti in regalo".
    Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
    Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna; "Pover'uomo" pensò "avrei voluto potergli dare questa bella luna".

    Riflessione sui sei piccoli Jizoo

    Sei piccoli Jizoo siedono sotto il ponte.
    Ed ecco che arriva il topo e rosicchia le loro testoline.
    Il topo, è lui il vero Jizoo
     
    Sei topi Jizoo vengono acciuffati dal gatto.
    Il gatto, è lui il vero Jizoo
     
    Sei gatti Jizoo vengono rincorsi dal cane.
    Il cane, è lui il vero Jizoo
     
    Sei cani Jizoo vengono mangiati dal lupo.
    Il lupo, è lui il vero Jizoo
     
    Sei lupi Jizoo bruciano nel fuoco.
    Il fuoco, è lui il vero Jizoo
     
    Sei fuochi Jizoo estinti dall'acqua.
    L'acqua, è lei il vero Jizoo
     
    Sei Jizoo d'acqua bevuti da un uomo.
    L'uomo, è lui il vero Jizoo
     
    Ma se l'uomo è il vero Jizoo allora perchè prega?
    Perchè leva le sue preghiere ai Jizoo???
     
     
     
    Jizoo = Espressione popolare per indicare Kshitigarbha, un bodhisattva (spirito che rinuncia all'illuminazione per tornare sulla terra attraverso future reincarnazioni) a cui spettava il compito di portare conforto alla gente comune.
    Col tempo le statue dei Jizoo (erano sei perche raffiguravano il Rikudoo Shishoo, cioè i sei sentieri del Meifumadoo, l'inferno secondo la religione buddista, che sarebbero: Yotenka del Tendo, la Via del Cielo; Hokoo del Jindoo, la Via dell'Uomo; Kongodoo di Shuradoo, la Via del Massacro; Kongohi del Chikushodoo, la Via della Bestia; Kongohoo del Kigadoo, la Via della Fame; Kongogan del Jikokudoo, la Via dell'Inferno) cominciarono ad essere venerate come divinità che proteggevano i viandanti, i bambini, le donne, i deboli e gli ammalati.

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    ANNUNCIO
     
    Nel suo ultimo giorno di vita Tanzan scrisse 60 cartoline postali e incaricò un suo assistente di impostarle. Poi morì.
    Sulle cartoline c'era scritto:
     
    Sto per andarmene da questo mondo.
    Questo è il mio ultimo annuncio.
     
    Tanzan
    27 luglio 1892

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    Questo, a modo suo, è molto romantico...
     
    SE AMI, AMA APERTAMENTE
     
    Venti monaci ed una monaca, che si chiamava Eshun, facevano esercizio di meditazione con un certo maestro Zen.
    Nonostante la sua testa raata e il suo abito dimesso, Eshun era molto carina. Diversi monaci si innamorarono segretamente di lei. Uno di questi le scrisse una lettera d'amore insistendo per vederla da sola.
    Eshun non rispose. Il giorno dopo il maestro fece lezione ai suoi discepoli, e alla fine della conferenza Eshun si alzò. Rivolgendosi a quello che le aveva scritto, disse: "Se veramente mi ami tanto, vieni qui e prendimi subito tra le tue braccia..."

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    Questo, personalmente, mi piace tantissimo...lo trovo pieno di significato...
    Poi fate vobis!!!
     
    UNA TAZZA DI TE'
     
    Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
    Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare.
    Il professore guardò traboccare il té, poi non riuscì più a contenersi: " E' ricolma, nn ce n'entra più..."
    "Come questa tazza" disse Nan-in "tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen se prima nn vuoti la tua tazza?"
     
    Bella vero?

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    Eccoci al solito appuntamento della settimana:
     
    CACCIARE DUE CONIGLI
     
    Uno studente di arti di arti marziali si avvicinò al proprio maestro ponendogli una domanda: "Vorrei aumentare la mia conoscenza delle arti marziali, oltre ad imparare da voi, cercherò un nuovo maestro per  poter imparare anche un'altro stile...cosa ne pensate della mia idea???"
    "Il cacciatore che contemporaneamente caccia due conigli", rispose il maestro,"rischia di non portarne in tavola neanche uno..."

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    BUDDHA CRISTIANO
     
     
    Uno dei monaci  del maestro Gasan si recò in visita all'università di Tokyo.
    Al suo ritorno chiese al maestro se avesse mai letto la Bibbia cristiana. "no" rispose Gasan "leggimene un passo..."; il monaco aprì la Bibbia su di un sermone di S. Matteo e cominciò a leggere. Dopo aver letto la parola di Cristo circa la gioia dei campi, si fermò. Il maestro Gasan, che era stato in silenzio fino ad allora, finalmente disse: "Si, chiunque abbia critto queste parole deve essere un essere illuminato. Ciò che mi hai letto è l'essenza di tutto ciò che qui cerco di insegnarti..."
     
     
    (in un'altra versione della stessa storia è un cristiano che legge un passo di Gasan)
     
     
    Pronti con i vostri commenti???
    Forza, nn siate timidi...

    RACCONTO ZEN DELLA SETTIMANA

    ...e la difficoltà aumenta sempre più...
     
     
    LIBRI
     
    C'era una volta un famoso filosofo ed un suo studente che si era edicato anima e corpo allo studio dello Zen per molti anni.
    Il giorno in cui egli raggiunse finalmente l'illuminazione, prese tutti i suoi libri e li gettò nel viale, ed infine li bruciò uno ad uno...
     
     
     
     
     
     
    Allora?!?
    Pronti a commentare???
    Arrivederci alla prossima settimana...
     
     

    HÔGAKU - Musica tradizionale giapponese

    Il termine "musica tradizionale giapponese" (hôgaku) raggruppa generi musicali diversi, che hanno avuto origini differenti e che si sono evoluti su un arco di tempo che in alcuni casi eccede il millennio. Inoltre in alcuni casi essi sono vissuti in uno stato di relativa segregazione reciproca; questo fenomeno è particolarmente evidente durante il periodo Edo, quando la rigida stratificazione sociale mantenuta dal regime feudale Tokugawa ha avuto anche l'effetto di legare alcune forme d'arte a determinate classi, cosicché ad esempio il teatro si è sviluppato come spettacolo tipico dei samurai, il kabuki era seguito soprattutto dalla borghesia cittadina, ecc.

     

    Preponderanza della musica vocale

    Nella musica tradizionale giapponese la musica vocale è di gran lunga preponderante sulla musica puramente strumentale. Ciò non è immediatamente evidente da un semplice conteggio dei diversi generi musicali: occorre altresì tener conto del fatto che molti dei generi vocali hanno un repertorio molto più vasto dei generi strumentali.

    Questa predilezione dei giapponesi per la musica vocale è documentabile fin dall'antichità; ad esempio nel Kojiki, il più antico documento in lingua giapponese arrivato fino ad oggi, vengono riportati i testi di 113 canti (le cui melodie sono oggi completamente sconosciute). È vero che il gagaku, una delle forme musicali più antiche del Giappone, comprende soprattutto musica strumentale, ma bisogna tener conto che si tratta di musica di importazione; è significativo che le opere in questo stile successivamente prodotte da compositori giapponesi comprendano anche in abbondanza opere vocali (saibara, rôei e imayô).

    Questa egemonia della musica vocale è continuata fino all'epoca moderna: la produzione musicale più abbondante del periodo Edo è legata allo shamisen ed è quasi esclusivamente vocale. La "musica strumentale pura" che ha tanta rilevanza nella musica occidentale è rappresentata da generi come i danmono del sôkyoku che sono importanti ma numericamente minoritari.

    Canto e declamazione (utaimono e katarimono)

    All'interno della musica vocale si fa una distinzione fondamentale tra le categorie degli utaimono [lett. "cose cantate"] e dei katarimono [lett. "cose raccontate/declamate"]. Secondo le parole di uno dei massimi studiosi di musica giapponese

    «il termine utaimono indica brani che sono simili ai brani cantati occidentali (song, lied, chanson). In essi la relazione tra testo e musica può essere descritta dicendo che la musica è l'elemento principale e il testo è secondario: il testo viene guidato dallo sviluppo della musica stessa. Al contrario nei brani chiamati katarimono la musica è guidata dalle parole, la musicalità è un elemento che ha rinunciato alla propria indipendenza a favore del significato e della forma posseduti dal linguaggio. Per dirla più semplicemente, sono brani più vicini alla declamazione che al canto.»

    Kikkawa Eishi, Hôgaku kanshô nyûmon [Introduzione all'apprezzamento della musica tradizionale giapponese], capitolo 7 (citato in Hoshi Akira, Nihon ongaku no rekishi to kanshô [Storia e apprezzamento della musica giapponese], pagg. 170 - 171)

    Questa distinzione si applica primariamente ai generi musicali; ad esempio il jôruri è classificato come katarimono mentre il nagauta, il sôkyoku e il jiuta sono considerati utaimono (vedi Esempi musicali 19 e 23). Essa caratterizza però anche gli orientamenti di scuole diverse all'interno dello stesso genere (ad esempio lo shinnaibushi e il kiyomotobushi sono scuole che hanno molti elementi tipici dell'utaimono, pur facendo parte del jôruri che nel suo complesso è un genere di katarimono); inoltre esistono composizioni che deliberatamente alternano brani di utaimono e di katarimono o che mescolano elementi dei due generi nello stesso brano (ciò avviene frequentemente ad esempio nella musica teatrale al fine di introdurre elementi di varietà ed accrescere l'interesse dell'uditorio; all'interno del sôkyoku, è una caratteristica di diverse composizioni della scuola Yamada).

    In un senso più lato si può quindi pensare alla distinzione tra utaimono e katarimono come ad una distinzione tra due stili diversi che possono essere descritti in base a caratteristiche generali antitetiche:

    Utaimono Katarimono
    Prevalenza della melodia sul testo Prevalenza del testo sulla melodia
    Frequente uso di melismi (prolungamento delle vocali che vengono cantate su parecchie note diverse) Assenza di melismi (corrispondenza uno a uno tra vocali e note)
    Scarsa intelliggibilità del testo Il testo è chiaramente comprensibile
    Ritmo prefissato, regolato dalla melodia Ritmo fluido che segue le inflessioni naturali della dizione

    Osservando le caratteristiche dei due generi sopra elencate viene naturale pensare alla distinzione tra aria e recitativo tipica del melodramma europeo (vedi Esempio musicale 11) ed in effetti questo paragone è stato usato anche da autori giapponesi (ovviamente bisogna evitare di prendere in senso troppo stringente un parallelismo tra mondi musicali così differenti).

    Relazioni con altre forme d'arte

    In molti casi la musica europea, soprattutto a partire dall'Ottocento, tende ad un ideale di "arte assoluta", di mezzo di comunicazione astratto e indipendente da altre forme d'arte. Anche se questa tendenza non esaurisce certo il panorama vasto e complesso della musica occidentale, è pur vero che esso ha agito come una delle linee guida importanti: una tendenza in questo senso si può vedere in alcuni dei principali generi (basti citare il quartetto d'archi, la sinfonia, la sonata solistica).

    Al contrario la maggior parte della musica tradizionale giapponese ha un indirizzo molto più concreto ed è intimamente legata ad altre forme d'arte. Gran parte della produzione musicale (soprattutto, ma non solo, a partire dal periodo Edo) è legata al teatro e quindi costituisce solo uno degli aspetti di una forma d'arte sintetica che comprende, oltre alla musica, poesia e recitazione, danza ed arti figurative (maschere e scenografie). Tra questi generi musicali possiamo citare:

    Anche al di fuori della musica teatrale molti generi sono legati alla danza (come il bugaku del gagaku) e soprattutto alla poesia; tra questi ultimi, soprattutto nei katarimono la musica (come spiegato sopra) non è un'arte indipendente ma assume un ruolo di sostegno alla declamazione del testo: è significativo in questo senso che il verbo giapponese che corrisponde a "cantare" (utau) indichi in modo ambivalente (soprattutto nella lingua arcaica) anche "recitare una poesia".

    La "musica assoluta" in senso occidentale non è del tutto assente dalla musica tradizionale giapponese ed ha anzi prodotto alcuni generi importanti e di elevato valore artistico, come i danmono che costituiscono una (piccola) parte del sôkyoku e la musica solistica per shakuhachi; anche il kangen del gagaku può essere incluso in questo elenco. Nel complesso però si può affermare che tali forme costituiscano una parte minoritaria dell'intera produzione musicale.

    Tutto ciò andrebbe sempre tenuto presente quando ci si avvicina alla musica giapponese attraverso un mezzo indiretto come una registrazione: quando si ascolta un disco di o di kabuki bisogna essere consapevoli del fatto che si tratta di musica che non è stata concepita per essere semplicemente "ascoltata", ma per essere gustata all'interno di uno spettacolo che comprende anche recitazione, danza e scenografia. Naturalmente ciò vale anche per l'ascolto dei dischi di alcuni generi di musica occidentale come l'opera lirica, la musica da balletto o la colonna sonora di un film, con la differenza che solitamente, in tal caso, siamo perfettamente consapevoli del rapporto tra la registrazione e l'opera originale, mentre nel caso di musica giapponese questo potrebbe non essere evidente.

    Privati del loro contesto teatrale, questi generi musicali possono risultare ostici e noiosi; per questo motivo nella discografia essi vengono spesso presentati attraverso selezioni di brani (analoghe alle compilazioni di arie operistiche o estratti da balletti classici della musica occidentale) piuttosto che come registrazioni integrali.

    Trasmissione e apprendimento della musica

    Rispetto alla musica occidentale, la musica tradizionale giapponese è molto più legata alla trasmissione ed all'apprendimento attraverso un rapporto personale tra il maestro e l'allievo. In un certo senso un musicista è tale in quanto depositario di una tradizione trasmessagli dal suo maestro e che a sua volta trasmette ai propri allievi. In molti casi tale meccanismo di trasmissione era tutelato dalla legge attraverso una forma di monopolio, ma anche al di là di tale aspetto legale questo sistema era perpetuato dalle consuetudini sociali, in quanto spesso per una persona che volesse dedicarsi alla musica a livello professionale non esisteva altra possibilità di formazione che quella di inserirsi in una delle scuole esistenti.

    L'uso del tempo passato è dovuto al fatto che, a partire dal periodo Meiji, molte di queste barriere sociali e monopolistiche sono state abolite ed il sistema di istruzione musicale è stato modernizzato, in larga parte attraverso l'importazione di modelli occidentali.

    Pertanto all'interno della musica tradizionale giapponese la divisione di un dato genere musicale in scuole diverse assume una caratterizzazione molto più marcata di quanto il termine implichi nella musica occidentale, indicando una linea di trasmissione di un repertorio, di uno stile, di una tecnica esecutiva, a volte di una tecnica costruttiva dello strumento stesso caratteristici e indipendenti da quelli di altre scuole. Ad esempio le differenze stilistiche tra le varie scuole di jôruri (gidayûbushi, katôbushi, tokiwazubushi, tomimotobushi, kiyomotobushi, shinnaibushi, ecc.) sono tali che per molti aspetti queste si possono considerare piuttosto come generi musicali diversi.

    Il termine stesso di scuola artistica ha un significato piuttosto diverso da quello a cui siamo abituati quando esso viene applicato alla musica dell'Occidente, dove generalmente esso indica un legame che si situa a livello culturale (come comunanza di ideali estetici e continuità di tradizione artistica) più che formale. Invece in Giappone il termine indica una precisa relazione gerarchica tra maestro e allievo, che è codificata da regole e da assunzioni di responsabilità ben precise da parte del discepolo e a cui corrisponde un riconoscimento ufficiale (spesso messo per iscritto in forma di "licenza") da parte del maestro.

    Caratteristico in questo senso è il sistema degli iemoto a cui era affidata la trasmissione di gran parte del patrimonio musicale durante il periodo Edo. Il termine iemoto [lett. "origine della casa"] designava il capo di una scuola artistica; entrando nella scuola una persona contraeva con lo iemoto un legame di dipendenza ed un impegno di fedeltà molto forti, paragonabili più a un rapporto di parentela o alla dipendenza di un religioso dal suo superiore che non ad un semplice rapporto di lavoro. I discepoli della scuola condividevano non solo lo studio (che privilegiava l'apprendimento mnemonico e la trasmissione fedele del repertorio della scuola più che la creatività e l'originalità) ma anche vari aspetti della vita pratica e della conduzione della casa del maestro, da cui spesso erano anche adottati. La rigidità di tale sistema spiega forse il proliferare di scuole differenti e in competizione tra di loro durante il periodo Edo: infatti spesso abbandonare la scuola (atto considerato alla stregua di un tradimento) e fondarne una per conto proprio era l'unico mezzo possibile per un allievo per dare spazio alla propria inventiva.

    Tradizione, interpretazione e improvvisazione

    Una conseguenza dell'importanza della trasmissione personale e delle scuole nella musica giapponese è che l'esecuzione è fortemente legata all'interpretazione da parte del singolo esecutore. Naturalmente ciò avviene in qualche misura anche nella musica occidentale, in cui però l'esecuzione è spesso guidata dall'ideale (forse irraggiungibile) di "esprimere le vere intenzioni dell'autore" del brano. Tale visione è invece assente nella musica giapponese, che lascia un ampio margine all'interpretazione e all'improvvisazione e in cui il ruolo di autorità non è legato tanto al compositore quanto alla tradizione esecutiva.

    In pratica ciò significa che è possibile riscontrare differenze anche notevoli nel contenuto musicale di uno stesso brano (attribuito allo stesso autore) eseguito da interpreti diversi, soprattutto se questi appartengono a scuole diverse. Avvicinando la musica tradizionale giapponese (attraverso l'ascolto di dischi o la lettura di spartiti) bisogna quindi rinunciare all'idea che esista una forma "corretta" di esecuzione dei brani ed accettare la varietà di interpretazioni possibili come parte della ricchezza del patrimonio musicale; un'idea di "corretta interpetazione" può semmai essere applicata solamente in riferimento ad una ben precisa tradizione (scuola).

     

    Generi musicali della musica tradizionale giapponese

    Come spiegato nella sezione Preponderanza della musica vocale, la musica tradizionale giapponese comprende pochi generi di musica puramente strumentale ma è costituita in prevalenza da musica vocale, che può essere suddivisa a grandi linee nelle due classi dei katarimono (brani declamati) e degli utaimono (brani cantati). Adottando questo criterio possiamo così classificare i principali generi che la compongono:

    Musica strumentale:

    Musica vocale:

    Utaimono:

    Katarimono:

    I diversi generi citati sono elencati nella seguente tabella, che contiene anche i rimandi alle sezioni che li descrivono più dettagliatamente:

    Genere Descrizione
    Gagaku Musica cerimoniale della corte imperiale e di alcuni templi buddhisti, derivata da generi musicali importati dalla Cina e dalla Corea tra il IV e l'VIII secolo d.C.
    Comprende musica puramente strumentale (kangen), musica accompagnata da danze (bugaku) e musica vocale (saibara e rôei). Sono inoltre considerati parte del gagaku anche alcuni canti e danze eseguiti durante le cerimonie religiose shintoiste.
    Sôkyoku
    e
    jiuta
    Musica da camera per o koto: comprende sia musica strumentale pura che musica vocale accompagnata dal koto e in alcuni casi anche dallo shamisen.
    Viene considerato parte del sôkyoku anche il sankyoku (musica vocale accompagnata da koto, shamisen e shakuhachi).
    Jôruri Musica del bunraku (teatro classico dei burattini).
    Shômyô Canto corale di testi religiosi buddhisti (sûtra) senza accompagnamento strumentale.
    Teatro Genere di spettacolo teatrale altamente stilizzato, danzato e accompagnato da musica, sorto nel XIV secolo e diffuso soprattutto tra la classe guerriera (bushi).
    Musica per
    biwa
    Comprende diversi generi di declamazione accompagnata da biwa: heikyoku (declamazione di brani dello Heike monogatari), chikuzen biwa e satsuma biwa.
    Musica per
    shamisen
    Insieme molto vasto di generi musicali diversi che comprendono sia musica teatrale come il nagauta (musica di accompagnamento del teatro kabuki), sia musica vocale da camera (jiuta, hauta, kouta).
    Musica per
    shakuhachi
    Musica solistica per shakuhachi, originariamente nata come musica religiosa di meditazione all'interno della scuola buddhista Fuke (fuke shakuhachi) e in seguito evolutasi in musica d'arte profana.
    Nuova Musica Giapponese Musica tradizionale giapponese (soprattutto per koto) che incorpora elementi della musica classica occidentale. Genere di musica iniziato da Miyagi Michio nel 1920.

    LE MASCHERE DEL GIAPPONE

    Il Giappone vanta una ricca tradizione  teatrale di maschere. Esse appartengono a tre gruppi: i Gigaku, i Bugaku e i Noh, che si sono sviluppati cronologicamente nell'ordine espresso. Sono fatte di lacca e legno e appaino sempre dipinte; il tempo dedicato alla loro decorazione non è inferiore a quello impiegato per il modellamento. I men-uchi (incisori) avevano precise direttive per intagliare un particolare tipo di maschera, l'honmen (il tradizionale prototipo), ed ogni deviazione del tracciato predisposto era considerata un fallimento artistico. Anche l'uso del colore seguiva delle regole molto precise ed era fondamentale per identificare il personaggio. Una maggiore libertà era concessa quando si realizzavano maschere che rappresentano demoni o creature mitiche.

    Il primo tipo di maschera conosciuto in Giappone è il gigaku: si dice che sia stato introdotto dalla Cina da un immigrante coreano di nome Mimasci.

    Numerosi artisti venuti dall'Iran, dal Tibet, dalla Manciuria, dall'Indocina, dalla Corea, dall'Indonesia si esibirono alla corte della dinastia Tang (618-906 d. C.). Queste diverse razze furono rappresentate da maschere gigaku, intagliate a grandezza naturale e in stile realistico, che di solito erano ciascuna l'espressione di una specifica emozione o di uno stato psicofisico, ad esempio l'arrabbiato, l'ubriaco ecc. Le rappresentazioni gigaku erano testi comici o burle volgari che si interpretavano in mezzo alla folla vicino ai templi buddisti o nelle piazze all'aperto ed erano accompagnate da un'orchestra composta da tre strumenti principali: il flauto, il tamburo e il gong. Solo quindici personaggi erano inseriti nelle rappresentazioni gigaku e comprendevano:

    Baramon, il bramino indiano.

    Komgo Rigishi, il protettore del Buddismo (rigishi vuol dire “che qualcuno possa” e kongo “fulmine” o “diamante”).

    Suiko-o e suiko-fu, il gozzovigliatore ubriaco (sia dall'Asia centrale che iraniano).

    Taikofu, un vecchio debole e vacillante.

    Shishi, il leone, questa maschera apriva la sfilata.

    Le maschere gigaku hanno suscitato molto interesse tra gli antropologi e alcuni di essi non hanno esitato a vedere in alcune figure un ultimo retaggio delle baccanti greche.

    Nel IX secolo la rappresentazione gigaku ebbe un calo e venne poi sostituita dal gruppo bugaku. Anche quest'ultimo rappresentava una grande varietà di razze, ma le maschere avevano espressioni più stilizzate e spesso feroci, anche se le danze erano più ritmate e delicate di quelle delle prime gigaku e l'orchestra usata era più elaborata e con accompagnamento di cantanti. Queste rappresentazioni erano riservate alle grandi feste, alle commemorazioni, alle cerimonie religiose ed erano patrocinate dalla corte imperiale. Le maschere più vecchie coprivano tutta la faccia la nuca, mentre quelle più recenti coprono solo il volto. Una particolare caratteristica della maschera bugaku è l'uso di componenti mobili, inserite per enfatizzare il ritmo della danza. Il più elaborato fra questi travestimenti articolati è gejoraku, con tutti i tratti del volto mobili, gli occhi, il naso, il mento e le guance.

    Le maschere bugaku, di origine rituale, rappresentano spesso dei personaggi soprannaturali come il dragone o un uccello mitologico.

    La rappresentazione teatrale noh è un'invenzione prettamente giapponese, che si originò nel quattordicesimo secolo circa ed è considerata una delle più pure e distinte espressioni della cultura della nazione. Le maschere sono più rifinite rispetto ai primi tipi, coprono solo il volto anziché tutta la testa. In origine le rappresentazioni erano riservate ai samurai, ma non escludevano possibilità di accesso per le altre persone in occasione di beneficenze o di feste di gala. Il dramma noh è poetico, stilizzato, musicale, estremamente lento, la sua solennità richiama le cerimonie religiose.

    Gli attori principali indossano stupendi abiti di pesante broccato, pertanto le maschere avevano un aspetto molto austero, per essere in armonia con il vestito, e allo stesso tempo abbastanza delicate per indicare le delicate emozioni volute dagli attori. Esse erano realizzate con leggero legno kiriri e dipinte a tempera con un sottile strato di lacca nella parte interna. I tipi umani gradualmente si svilupparono in tipologie fisse, quali la “giovane donna” o il “vecchio uomo”. Alcune particolari caratteristiche, per esempio l'acconciatura dei capelli, rendono possibile suddividere questi tipi umani in altre classi specifiche per ruoli individuali: i fantasmi, i demoni, gli spiriti, le divinità ecc. Anche le maschere rappresentanti dei demoni non sono terrificanti; qualche ruga solamente serve ad indicare la passione che la domina. Tutte le parti erano rappresentate da uomini anche quelle femminili.

    La prima maschera noh era tra le più belle prodotte al mondo, associava una delicata realizzazione stilistica ad un calibrato naturalismo. Fra le più popolari e familiari è la “giovane donna”, che rappresenta il tradizionale ideale di bellezza giapponese. E' realizzata con lunghi capelli lisci e neri e con delle strisce agghindate perfettamente attorno alla fronte. Il viso è candido, le sopracciglia sono tracciate col nero molto alte verso la fronte, le labbra sono rosse e i denti bianchi. Le maschere che ritraggono uomini vecchi sono dipinte con cura o in alternativa hanno i tratti intagliati. I capelli sono spesso attaccati passando attraverso dei buchi forati sulla testa, lo stesso avviene per la barba e i baffi. Alcune maschere sono usate per rappresentare un personaggio specifico, che si presenta solo in una particolare commedia. Uno di questi è shojo  (l'orangotango danzatore), un giovane ubriaco caratterizzato dal viso rosso per aver bevuto troppo saké. Le sue labbra sono atteggiate ad un mezzo sorriso, un dente superiore ed uno inferiore sono esposti, inoltre ha una frangia scompigliata e le fossette sulle guance. La maschera è piccola e senza orecchie e deve sempre essere indossata con una lunga parrucca rossa.

    Le maschere noh vengono sempre accompagnate dalle maschere dei buffoni, gli kyôgen, fra i quali compare il demone sciocco con un aspetto grottesco e la donna paffuta e sempliciotta.

    Le maschere noh e kyôgen traducono le due tendenze costanti dell'arte e della letteratura giapponese: poesia e caricatura, bellezza idealizzata e realismo che sconfina nella parodia. Questi due caratteri si ritrovano, più o meno mescolati, nelle maschere utilizzati ancora oggi per le danze che accompagnano le feste religiose popolari. Per esempio il Kagura e una “danza degli dei” che può essere rituale (rito per ottenere la pioggia, di fecondità, caccia contro i demoni) o descritiva (rappresentazione del dio locale che combatte i demoni). Le maschere utilizzate in questa manifestazione sono più vicine per l'aspetto a quelle noh. Il gyôden è una processione buddista di personaggi mascherati che rappresentano delle entità mitologiche.

    Diversamente dalla maggior parte di intagliatori di maschere del mondo, quelli giapponesi firmano le loro opere e guadagnano notevole fama per la loro abilità. La famiglia Deme o Demme, che ebbe il suo splendore in particolare nel XVII secolo, era probabilmente la più conosciuta.